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La donna nel futuro

Contro la violenza / Rispetto imperativo delle Quote rosa

Cosa sono le Quote rosa?

Si parla di quote rosa per indicare il numero di posti riservati alle donne nell’organico di determinate strutture pubbliche e private: imprese, istituzioni educative, organismi decisionali… Sono misure che vengono introdotte per garantire la rappresentatività femminile in ogni settore della società. La legge bipartisan approvata dal Parlamento prescrive che a partire dal 2012 i Cda delle aziende quotate e delle società a partecipazione pubblica dovranno essere composti per un quinto da donne. Dal 2015 la quota rosa dovrà salire a un terzo.

Cosa succederà alle aziende che non si adeguano? 

È prevista anzitutto una diffida da parte dell’autorità di controllo della Borsa, la Consob, che inviterà le aziende a ridisegnare il Cda per adeguarsi alla legge. Se non accadrà nulla scatteranno le multe: da 100mila euro a 1 milione per i Cda e tra 20mila e 200mila euro per i collegi sindacali. Nel caso di ostinata sordità ai richiami, le compagnie rischierà l’annullamento degli organismi di controllo.

Com’è la situazione attuale ai vertici delle aziende italiane?

Penosa. Nel 2010 i membri degli organi sociali delle aziende quotate erano 4.346, il 92,4 per cento dei quali uomini. Anche se la situazione migliora (le quote rosa sono aumentate in un anno, dal 2009 al 2010, dal 6,9 al 7,6 per cento), metà dei vertici delle aziende quotate è composta in Italia da soli uomini.

Com’è la situazione nel mondo? 

Anche qui, i dati parlano da soli. L’87,8 per cento dei posti agli apici delle 200 maggiori società al mondo è occupato da uomini (i dati si riferiscono al 2009 e sono di un centro di ricerca che ha preso in esame la famosa lista «Fortune» delle aziende più importanti del mondo). In quasi un quarto di esse (45 su 200) non c’è neanche una donna nei board. Il continente più maschilista? L’Asia: il 64,4 per cento dei vertici è composto di soli uomini. 

Il contesto sta intanto cambiando? 

Lentamente. Negli anni tra il 2007 e il 2009 la percentuale delle donne che hanno conquistato le vette delle società sono salite di un punto, dall’11,2 al 12,2 per cento.

Perché  è necessario, o almeno positivo, rispettare le cosiddette quote rosa?

La discussione è in atto da anni ed è molto articolata. Tra gli argomenti a favore, se ne potrebbe citare uno del vicedirettore della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola: «Le imprese “condotte” da donne hanno, a parità di altri fattori, minore rischio di default». E siccome falliscono notoriamente di meno, una battuta che circola tra i fautori delle quote rosa, menzionata in un documentato libro sull’argomento di Monica D’Ascenzo, («Fatti più in là», Il Sole 24 Ore) è la seguente: cosa sarebbe accaduto se Lehman Brothers si fosse chiamata Lehman Sisters?

Dati

Per quanto riguarda infine le amministrazioni locali, l’incidenza delle donne sul totale degli amministratori è pari al 21,5 %. I dati confermano un’evidente segregazione verticale della presenza femminile: le donne registrano una presenza maggioritaria tra le cariche inferiori, mentre incontrano difficoltà a rompere il cosiddetto “soffitto di cristallo” e raggiungere posizioni apicali, per la stragrande maggioranza riservate agli uomini. Fra i sindaci, infatti, le donne rappresentano solo l’11,8%. La categoria dove l’incidenza femminile all’interno della singola carica è maggiore è quella delle donne assessore (23,7%), ma se accorpiamo le cariche di presidente del consiglio comunale e consigliere, è in questa categoria che si registra la quota maggiore (38,1%)[2]. Va ricordato che la legge 23 novembre 2012, n. 215, ha introdotto disposizioni volte a promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nelle amministrazioni locali.

Guardando al mondo dell’impresa, la percentuale media di donne nei consigli d’amministrazione delle aziende è del 13,8%, e scende al 7,9% circa per le società quotate in borsa. Anche sotto questo rispetto, quindi, l’Italia si posiziona ai gradini bassi nelle graduatorie: è infatti al 26esimo posto sui 40 paesi considerati dall’Ocse in uno studio sulla diseguaglianza tra i generi nel mondo dell’impresa[3]. Ai primi posti la Norvegia, dove si sfiora il dato del 40%, la Svezia, l’Indonesia, la Francia, la Finlandia. Considerando i 27 paesi dell’Unione Europea, l’Italia è al 22esimo posto per percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. L’Italia non è mai stata un paese leader nella rappresentanza di genere: nonostante alcuni notevoli miglioramenti con l’ultima legislatura, grazie ai quali la rappresentanza femminile italiana ha superato quella di Francia e Regno Unito (che restano leggermente indietro anche per motivi legati al sistema elettorale), il nostro Paese si piazza dietro a gran parte dell’Europa, se si guarda alla parità di genere in parlamento,

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